La Croce del Monte Flagjel

Era il 2 maggio 1976 quando un gruppo di giovani della Val d'Arzino, guidati dall'allora parroco di Pielungo, Adriano Bianco, innalzavano sulla vetta del Monte Flagjel l'imponente croce metallica che ancora oggi domina la valle dai suoi 1455 metri di quota.
La sua particolare struttura a quattro braccia rivolte verso i quattro punti cardinali vuole simboleggiare l'unione di tutte le genti che abitano queste vallate.
Di seguito in questa pagina riportiamo il commento di uno dei giovani di allora a testimonianza delle motivazioni e dello spirito che animavano il gruppo dei volontari. 
Solo quattro giorni dopo, il 6 maggio 1976, si abbatteva sul Friuli la devastante tragedia del terremoto.
In seguito la croce, dopo essere stata gravemente danneggiata da un fulmine, è stata restaurata e nuovamente ricollocata al suo posto nell'ottobre 2006, sempre a opera di un gruppo di volontari di Forgaria e Vito d'Asio, con l'ausilio della Protezione Civile che mise a disposizione un elicottero per il trasporto del materiale.

I lavori di ripristino della croce sono stati videoripresi da uno dei volontari che hanno partecipato all'intervento, Adriano Barazzutti, e chi lo desidera li può visualizzare su YouTube ai seguenti link:

Ottobre 2006 – 1° parte: https://www.youtube.com/watch?v=lZ0LaUdNv08 
Ottobre 2006 – 2° parte: https://www.youtube.com/watch?v=88M-hP_SA5I 
Ottobre 2006 – 3° parte: https://www.youtube.com/watch?v=BatHoY9Qycg

Il Monte Flagjel e la sua Croce

di Lino Marcuzzi

Nei secoli lontani l'uomo che abitava le valli ha mantenuto sempre un timoroso riserbo verso le sommità montane, credendole luoghi speciali per le sue divinità e quindi non usufruibili dai comuni viventi.

E' solo dal secolo XIX che l'avventura sulle vette diventò una passione, con una progressiva diffusione fra le persone che ricercavano emozioni disponendo di tempo e fantasia nello spendere le loro risorse finanziarie. Furono così antropizzate le più accessibili sommità delle Alpi e si continuò conquistando quelle più ardite ovunque, in tutto il mondo.

In Val d'Arzino per conquistare le nostre montagne non c'era bisogno di ardimento, preparazione tecnica e strumentale; bastava un buon paio di scarpetti e la necessità di doverci andare. Fu sempre così fino agli ultimi anni del secolo scorso.

Proprio nel maggio del 1976 i giovani di Pielungo, ispirati dal loro parroco, vollero testimoniare la conquista della montagna, che li racchiudeva nella meravigliosa valle, ponendo sul monte Flagjel un segno universale della loro impresa: una Croce.

E le croci di vetta sono segni materiali per eccellenza di fede. Questi simboli generano contrapposizioni fra laicismo e Cristianesimo perché non compresi nell'approccio da maturità culturale. Essi sono giustificati dalla tradizione che pur avendo una origine temporale rimane una innovazione ben riuscita e quindi anche legittima. E' certificato che le manifestazioni di tradizione e fede in Val d'Arzino non sono ostentazione di religiosità maniacale o in disaccordo con l'armonia paesaggistica ed ambientale.

La Croce sul Flagjel mantiene a distanza di decenni la sua specificità di segno il cui significato è relativo solo all'infinito. Questo avevano nell'anima quei giovani Pielunghesi.

Il primo maggio partirono dal paese con un trattore su cui avevano caricato il loro grande simbolo. Era componibile: pezzi di tubo in acciaio del diametro di mezzo metro per uno. Questo li avrebbe aiutati nel trasporto verso la vetta. Dalla malga ove la strada terminava, avrebbero dovuto procedere a piedi e lì c'era ancora mezzo metro di neve.

Riposarono la notte e all'alba la lunga colonna di giovani, anziani, fanciulli, mosse i passi, frenati dal carico che portavano, verso la meta. Giunti, iniziarono i lavori per le fondamenta con il cemento e a comporre gli elementi strutturali. Tante braccia sostenevano, tante mani stringevano bulloni, tantissime voci incitavano, tantissimi occhi osservavano il lavoro e lo spettacolo della valle. Il parroco preparò l'altare e fu celebrata una messa: fu una emozione di devozione diffusa, di compiacimento per i giovani costruttori.

Dopo la notte di neve e bufera, il nuovo giorno mostrava tutta la distesa del nostro Friuli che solo quattro giorni dopo avrebbe subito il suo martirio: le quattro braccia del simbolo innalzato sei metri sopra la roccia indicavano ogni direzione da cui si sarebbe abbattuto il flagello sismico. Alcune voci, prive di maturità e intrise di superstizione oscura come le loro menti, guardarono alla croce come causa e invito agli Dei a maledire la nostra terra: miserabili!

Il simbolo rimase, cadde per l'ingiuria della folgore, fu rieretto e dipinto di rosso. Fu, tanti anni dopo, restaurato e lo possiamo ammirare ora da lontano nella sua veste grigia rinnovata. Quasi tutti i giovani di quell'impresa hanno i capelli bianchi, sono padri, nonni. Altri ci hanno lasciati e le loro voci, salendo in vetta, si uniscono a quelle del vento che suona le corde d'acciaio che stringono tenacemente alla roccia quella Croce.