Sulle tracce di un sentiero preromano

di Tito Pasqualis

Le Prealpi Carniche occupano una posizione geografica defilata rispetto alle grandi vie di comunicazione che uniscono l’Adriatico ai paesi dell’Europa centrale. Tuttavia, esse furono frequentate fin dall’antichità perché offrivano percorsi più diretti per raggiungere dall’alta pianura le valli del Piave e del Tagliamento.
Finora le più antiche testimonianze antropiche scoperte in questi territori risalgono al Paleolitico superiore, cioè a 10-12 mila anni fa, e sono costituite dai piccoli manufatti litici trovati a Polcenigo, nel Palù della Livenza, sul Piano del Cavallo e nelle grotte di Pradis in Val Cosa. Anche le leggende delle aganas della Val d’Arzino e della Val Colvera, mitiche frequentatrici di caverne e di acque (agana deriva da aga) possono configurarsi come un ancestrale ricordo dei primi abitatori trogloditici. I villaggi preistorici pedemontani erano collegati da una strada o pista che dal Veneto raggiungeva le comunità palafitticole del Palù di Polcenigo e proseguiva al limite della fascia collinare fino a Pinzano e a Forgaria. Ed è proprio qui che inizierà un viaggio ideale verso la Carnia, lungo la valle dell’Arzino, seguendo l’antichissimo sentiero detto il Troi di Cjargna.
L’escursione consentirà di visitare ambienti e situazioni di varie età, dalla preistoria all’epoca moderna. Ma il visitatore avrà pure la possibilità di fare conoscenza con alcune peculiarità geologiche e morfologiche della valle, come le profonde incisioni tettoniche, tra cui il “sovrascorrimento periadriatico”, che è la più grande frattura terrestre della regione prealpina orientale.

Da Forgaria il Troi di Cjargna conduce innanzitutto sullo Zuc Schiaramont (Çuc ‘Scjaramont) il colle del Castel Raimondo, fatto costruire dal patriarca Raimondo Della Torre alla metà del XIII secolo. È una panoramica altura di 420-438 m s.m., dove si trova un’interessante zona archeologica. Dalla cima si gode un’ampia veduta sia verso la valle dell’Arzino, sia verso il Tagliamento e la pianura friulana: un ideale punto di guardia, che giustifica la presenza in questo sito di costruzioni di epoche molto diverse, a partire dall’Età del Ferro, circa 3000 anni fa (Biasutti G.,1977). L’esistenza del Troi di Cjargna è legata, infatti, agli insediamenti galloceltici del IV secolo a.C. scoperti qualche anno fa nel corso di varie campagne di scavi. Oltre che alla pastorizia, gli abitanti di allora si dedicavano alle attività artigianali, alcune collegate con l’estrazione e la lavorazione di materiale ferroso. In epoca romana, tra il II e il I secolo a.C., l’insediamento fu potenziato con la costruzione di una torre di avvistamento e di segnalazione. Dell’originario nucleo abitato sono visibili anche le fondazioni di un possente muro gallico di tipo celtico e la casa di uno sciamano, caratteristica figura di stregone-guaritore delle antiche religioni nordiche. La sua residenza, la “Grande Casa”, fu per secoli il centro della vita sociale e religiosa del villaggio e la sua sacralità superò quella degli stessi sciamani che l’abitavano (Piuzzi F.,1987 e Santoro S.,1992). Non è fuori luogo ricordare che la residenza sacra dei primi re egizi diede il titolo agli stessi sovrani che si chiamarono Faraoni dal nome per-aa, che significa “grande casa”, dell’edificio in cui essi vivevano.

Sopra la zona archeologica, il Troi di Cjargna si sdoppia: un ramo raggiunge l’altopiano di Monteprât, l’altro passa più in basso sullo scosceso versante sud del monte. Raggiunge quindi il ripiano del Planêt, a 500 m s.m. circa, generato dalla frana di massa scivolata dal Monte Prât durante le epoche glaciali. È questo un suggestivo ambiente naturale, che per la fitta vegetazione che lo ricopre e per alcuni grandi massi con strie quasi regolari, lascia immaginare antiche presenze umane.
Sull’altro lato della valle si intravedono i dirupi del Masarac di Anduins e del Clapèt con le gallerie della strada provinciale e i resti dell’ardita carrozzabile costruita alla fine dell’Ottocento da Giacomo Ceconi (1833-1910). Il sentiero prosegue serpeggiando a mezzacosta, fiancheggiato da muri di età incerta. Raggiunge il sito della “Madonna Ballerina”, antica immagine ora attaccata alla roccia, in passato appesa su un tronco in modo alquanto instabile e, appunto, “ballerino”. 
Si arriva così alla diruta borgata di Buccina, abitata fin verso la fine dell’Ottocento, ora romanticamente invasa dalla vegetazione. In breve si raggiungono i prati di Pert, 400 m circa, borgata del Comune di Vito d’Asio, interamente ricostruita dopo il terremoto del 6 maggio 1976. Un cippo ricorda le vittime di quel tragico evento. Il sentiero ora sale verso le ripide pendici del monte Cuar fino all’ampia sella prativa di Saètola dove si unisce al ramo principale del Troi, e dove c’è un’azienda agricola. Già in tempi molto antichi qui sorgevano alcuni casolari - tuttora c’è un’azienda agricola - e proprio qui vennero alla luce dei reperti di età romana. Saètola fu una delle prime borgate della Val d’Arzino a essere citata in un documento, nella fattispecie un atto del 1327, come proprietà dei nobili di Savorgnan, i quali dalla rocca di Osoppo dominarono queste terre fino all’arrivo dei Francesi nel 1797.
Da Saètola il vecchio sentiero, ora carrareccia, scende passando sotto le rocciose pareti del Cuar e del Flagel, attraverso alcune aree franose, manifestazioni superficiali del grande sovrascorrimento. Il percorso si conclude sulla strada provinciale, nel pianoro del Plan dal Lat che il Ceconi aveva attrezzato a Tiro a segno.

La seconda parte del cammino inizia a San Francesco, a 480 m s.m. Sulla sponda destra dell’Arzino dove si supera il rio Spìssol, le cui acque precipitano da un’altezza di oltre 80 metri e d’inverno si trasformano in una suggestiva cascata di ghiaccio. Si prosegue per tracce con qualche saliscendi in corrispondenza dei numerosi rii - Fosata, Maria Blancja, i due Agariàl, Cengliât e altri - asciutti per gran parte dell’anno. La valle si restringe trasformandosi in una forra con pittoreschi scorci su pozze d’acqua e cascatelle. Dopo la borgata di Pozzis, che sorge su un terrazzo alluvionale della riva sinistra del torrente, si percorre la “Cjavalarias”, vecchia carrareccia ora in parte ripristinata e si giunge al piede delle rapide o “cascate” dell’Arzino, dove l’acqua si frange con fragore per un centinaio di metri con una serie di salti. A monte si estende un pianoro con i resti di una stua, un piccolo bacino d’invaso utilizzato per la fluitazione del legname, pratica esercitata nella valle fino alla fine dell’Ottocento. Si arriva quindi sui prati della sella dei Piani di Chiampon, a 800 m circa, non lontano dalla sorgente carsica del Fontanone, dalla quale scaturisce l’Arzino. Dai Piani una stretta strada asfaltata scende nell’angusta valle del rio Seazza e raggiunge Preone, dove il Troi di Cjargna ha termine. Ed è alquanto significativo che nei dintorni di Preone tre località, Forgjàrie, Curnìn e Filuvigna, abbiano in pratica lo stesso nome dei paesi ubicati all’ingresso della Val d’Arzino, cioè all’imbocco delTroi, Forgaria, Cornino e Flagogna.
Questa circostanza è un segno degli stretti legami esistenti una volta fra comunità che, pur lontane nello spazio, erano spiritualmente vicine grazie all’antichissima via qui idealmente percorsa.